“Venghino, Siori, venghino!”. Mi sembra di sentire il venditore ambulante che, quando ero bambina, arrivava per convincere gli avventori di ottimi affari. In questo caso, gli avventori sono tutti gli aspiranti scrittori d’Italia (molti più dei lettori, e la cosa lascia pensare) e l’affare è la pubblicazione del loro “romanzo nel cassetto” dalla Bompiani.

Non è il caso di dilungarsi sui come e i perché. Con una certa curiosità ho seguito il programma ed è di quest’ultimo che voglio scrivere.

Lo schema è piuttosto semplice: una giuria (Andrea De Carlo, Giancarlo De Cataldo, Taiye Selasi) ha il compito di scegliere, fra oltre cinquemila candidati, i finalisti del programma (e, tra questi, il vincitore); un coach (Massimo Coppola) aiuta i concorrenti ad esprimersi al meglio; degli aspiranti scrittori, pronti a-quasi-tutto pur di vedere il loro nome sullo scaffale di una libreria. Ogni puntata vedrà uno e uno soltanto degli aspiranti scrittori, conquistarsi il ruolo di finalista.

La prima puntata, dal ritmo piuttosto lento, vede la comparsa di alcuni “tipi” letterari: il Matto, l’Operaia, il Galeotto, l’Anoressica, il NewBeat e l’Astinente (sessuale). Non come protagonisti di altrettanti manoscritti ma, bensì, come autori degli stessi!

Ciascuno di essi, con tecniche stilistiche varie e piuttosto discutibili (pensate all’Operaia che propone un fantasy fin troppo radicato alla realtà), si racconta, attraverso una breve presentazione verbale o con uno stralcio della propria opera. Protagonista di ogni manoscritto è il tormento, che si manifesta nelle sue più svariate forme e si esprime in altrettanti linguaggi. Frasi povere o cariche di aggettivi, sintatticamente lineari o massimamente scomposte, lessico aulico o popolare: c’è di tutto nell’officina di Masterpiece per esprimere tormento. E si (ri)scopre che la scrittura è terapia assai comune, anche se in alcuni casi la psicoanalisi sarebbe più utile.

I giudici sono perlopiù silenti ascoltatori, salvo lanciarsi talvolta in pressanti interrogatori o crudeli giudizi di cui, mi spiace sottolinearlo, danno ben poche motivazioni. De Carlo risulta saccente e altezzoso, la Selasi è una finta buona e De Cataldo quasi scompare fra gli altri due.

Alla fine della serata, il NewBeat scalza tutti gli altri. Forse perché il connubio povertà-alcolismo-disagio-abbandono funziona più di tutti gli altri.

Mi sarebbe piaciuto ascoltare maggiori e ben più dettagliate spiegazioni da parte dei giudici e qualche bello stralcio di “gioia” nei racconti proposti. Ma la gioia, si sa, non va più di moda. E, quando c’è, si diventa davvero incapaci a narrarla.

Ecco il link della prima puntata http://www.rai.tv/dl/replaytv/replaytv.html#day=2013-11-17&ch=3&v=292085&vd=2013-11-17&vc=3.

Io, non so ancora se aspettare la seconda.