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Paolo Cognetti, nel suo New York è una finestra senza tende (di cui vi consiglio la lettura), afferma che la #NewYork che ciascuno porta con sé è legata imprescindibilmente alla prima immagine che si vede della città. Ed io gli do perfettamente ragione.

L’#EmpireStateBuilding completamente illuminato, che ho visto dalla finestra dell’appartamento di Nico dopo essere arrivata a #Manhattan, al 18esimo piano della First Avenue, è una delle due immagini che, se chiudo gli occhi, per me rappresentano nitidamente New York.
L’altra è di qualche ora dopo.
La stanchezza di un lungo viaggio non ha avuto la meglio sul mio fisico che, rispettoso di un fuso orario pienamente italiano, si è ridestato prestissimo.
L’Empire State Building era proprio di fronte a me, oltre la finestra, bagnato dal sole tiepido e pallido di un mattino che nasce. Uno spettacolo! Se chiudo gli occhi ricordo tutto alla perfezione. L’ Empire è stato per me, viandante in una città nuova, stella polare cui rivolgersi per non smarrirsi, luogo del cuore nei ricordi di un viaggio tanto desiderato.

Sono stata una privilegiata: arrivare a NY quando sai che c’è un vecchio amico ad aspettarti è un lusso per pochi. Uscendo dall’aereoporto, mentre una #yellowCab (è questo il nome dei famosi taxi gialli della città) ti conduce a destinazione, si rischia di perdere il senso dell’orientamento nell’ immensità della città. La Grande Mela ha dimensioni e distanze indescrivibili, ma anche un’ampiezza di strade che disorienta ma non soffoca.
Per una come me, che ama le città nella loro veste diurna, convulsa e frenetica, arrivare a notte inoltrata può essere un bello shock; ma sapere che c’è un amico pronto a risistemarti la bussola in quattro e quattr’otto mi ha molto rasserenata.
Così ho potuto godermi le luci dei grattacieli in una città che davvero non dorme mai, l’abbraccio di un amico che non vedevo da tanto e la suggestione procurata da una grande vetrata che da sull’Empire .
Lo so, questa prima parte della narrazione è stata piuttosto disordinata, ma credetemi esprime pienamente quelle che sono state le mie prime ore a New York.
Quelle successive, a partire dal risveglio con caffè italiano, #donuts arrivati direttamente dal Grand Central Terminal (grazie Nico!) e #cookies di ogni gusto, sono state decisamente meno disordinate.

New York è per me una lunga passeggiata fino a Central Park, con la neve agli angoli della strada, il freddo che ti sferza il viso e gli occhi che non sanno più cosa guardare.
E’ il candore della facciata della National Library che si sposa perfettamente con i ciuffetti d’erba che si intravedono sotto la neve che ha ricoperto Bryant Park.
E’ passeggiare sulla Fifth Avenue piena di pacchetti e sentirsi come Julia Roberts in Pretty Woman (sì, lo so che quella era Beverly Hills).
E’ entrare da FAO Schwarz…e non volerne uscire più (dopo aver comprato tutte le caramelle possibili e immaginabili)!
E’ una mattinata intera al MoMA, senza stancarsi di osservare, leggere, riflettere…o un pomeriggio al Guggenheim in cui per i primi dieci minuti sei stata col naso in su a guardare la forma elicoidale dell’edificio, per poi affrontare tutte le bellezze che contiene.
E’ Central Park che, completamente ricoperto di neve, si trasforma nella pista ideale da percorrere in slitta, o diventa il luogo perfetto per trascorrere il tempo a fotografare gli scoiattoli.
E’ l’American Museum of Natural History e l’enorme balena che sovrasta il soffitto della sala dei grandi cetacei, le vetrate oltre le quali sono riprodotti gli animali di tutto il mondo a grandezza naturale, il piacere di potersi immaginare in tutti i luoghi del mondo in un colpo solo e l’hot-dog with honey mustard che mi ha rifocillato dopo oltre tre ore di visita.
E’ la porzione di #dumplings a cena a Chinatown.
E’ scoprire che Little Italy, come la vediamo nei film, quasi non esiste più.
E’ la seduta di #browThreadingTreatment nel centro estetico indiano che Simona ti ha consigliato di non perderti.
E’ la cima del Rockfeller Center, The Top of the Rock, (di giorno!) e quella dell’Empire (di sera!).
E’ una romanticissima cena a sorpresa al #TheView, ristorante mobile e panoramico che si trova all’ultimo piano del Marriot Hotel.
E’ la forte commozione dopo aver assistito al The Lion King a Broadway (magico, meraviglioso, stupefacente, inspiegabile) e la cena a base di M&M’s che lo ha seguito.
E’ una comodissima delivery dinner in cui assaggi per la prima volta il #ramen e scopri quanto ti piace.
E’ una passeggiata a Wall Street con pranzo da #ShakeShack (mmmm, so tasty!)
E’ comprare un regalo da Tiffany sulla quinta strada per sentirti come Audrey Hepburn almeno una volta nella vita.
E’ il #9/11Memorial a Ground Zero. Il sacro silenzio di quel luogo, i nomi delle vittime, le due grandi piscine che sorgono dove le Twin Towers sono crollate, le lacrime trattenute a fatica, è il #whitePearsTree, sopravvissuto al terrorismo e simbolo di speranza.
E’ il poter comprare latte e dolci all’una di notte come fosse mezzogiorno.
E’ ascoltare jazz dal vivo, mangiando steaks and mac’n cheese.

New York è stata però per me, più di tutto, il desiderio di tornare a casa. Una sensazione mai provata prima, nemmeno quando sono stata nella lontanissima Australia.
La frenesia della città, sempre sveglia, sempre al top, mi ha proiettata in una realtà davvero opposta a quella in cui vivo o a quella delle città che ho visitato.
New York è come un corpo sempre sveglio e reattivo, che non ha bisogno di riposo, che può fare tutto quando e come vuole, senza limiti o impedimenti di alcun tipo. Come un supereroe o un robot.
E, per quanto sia bello, utile, vantaggioso, elettrizzante essere Superman, io preferisco di gran lunga Clark Kent.

Non è stato facile scrivere questo pezzo, sarà che New York non si può raccontare in poche righe, così come non la si può conoscere in appena una settimana. Ho scelto di mettere in fila i ricordi più immediati e forti che ho della città, mentre cullo il desiderio di ritornarci appena possibile, magari in estate o nell’ autunno tanto decantato da libri e film.