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Il sabato è, da sempre, il mio giorno preferito della settimana.
Giorno di risvegli lenti, di colazioni all’aria aperta, di pranzi improvvisati e per nulla programmati, di sbadigli e caffè, di cervello in stand-by, di letture e passeggiate.
I sabati di primavera (e di autunno) poi, sono il non plus ultra, ideali per tour e visite guidate nella nostra stessa città.

Da qualche anno abito a Roma e grazie all’associazione Miramuseo quando posso partecipo alle loro ‘passeggiate’ alla scoperta di angoli più o meno noti della città.
L’idea che le loro visite storico-artistico-culturali siano all’aria aperta e itineranti mi piace moltissimo. Il loro programma di eventi, che trovate sul sito http://www.miramuseo.com, è ricco di attività interessantissime, che abbracciano le esigenze di chiunque voglia scoprire qualcosa di nuovo. La loro pagina Facebook, https://www.facebook.com/miramuseo?ref=ts&fref=ts, è corredata anche di immagini relative alle loro attività.

Adesso, però, veniamo a noi!

Non so che tempo ci fosse nel resto d’Italia lo scorso sabato, 11 aprile, ma qui a Roma è stato un sabato stupendo. La giornata adatta per concedersi una passeggiata attraverso il Ghetto ebraico di Roma alla scoperta dei riti della #Pesach, la Pasqua ebraica.
Se poi ci si accinge a passeggiare nei vicoli del Ghetto proprio nell’ultimo giorno della Pesach 2015, direi che il tempismo è davvero perfetto.

Valentina Cassiani, la nostra guida, ci accoglie puntualissima alle 17.30 a Piazza delle Cinque Scole, in tutta la beltà che il suo pancione sottolinea ed enfatizza. Occhi vispi, voce argentina, competenza massima: Valentina ci ha guidato, incantato e coinvolto per oltre due ore non solo alla scoperta dei vicoli del Ghetto (uno dei posti di Roma che più amo), ma anche delle tradizioni tipiche della Pasqua ebraica.
E così, passeggiando e raccontando, Valentina fa con noi quello che gli ebrei anziani fanno con i giovani: attraverso luoghi e gesti insegnano e tramandano le loro tradizioni.

Nonostante fossero costretti in uno spazio angusto (il Ghetto di Roma ha una superficie piccolissima rispetto al numero di ebrei che lo abitavano) e obbligati ad ascoltare le prediche coatte cui li sottoponevano i cristiani proprio al sabato e nei giorni delle loro feste, gli Ebrei riuscivano a celebrare sempre la loro Pesach seguendo le tradizioni e dando valore alla famiglia, centro delle loro feste religiose.

La #Pesach cade nel primo plenilunio dopo l’equinozio di primavera (ma mai oltre il 25 aprile), nel mese di #Nisan, e prevede 7 giorni di festeggiamenti nei luoghi di nascita dell’ebraismo e otto nel resto del mondo.
Durante la Pesach è proibito mangiare cibi e bevande lievitate o fermentate, pertanto nei giorni precedenti le donne hanno il compito di purificare casa e abiti che siano venuti a contatto con tali sostanze. E’ un’operazione molto complessa e accurata, che parte dagli ambienti più lontani dalla cucina per culminare proprio in questa stanza della casa, ove pietre escandescenti di diverso materiale (e portate ad alte temperature nel forno di casa), verranno poste in pentoloni di acqua fredda posti sul tavolo e sul pavimento. L’inevitabile fuoriuscita d’acqua che ne consegue, è segno di purificazione avvenuta.
Il piano cottura viene, altresì, coperto di carta alluminio, per evitare qualsiasi contaminazione con il cibo puro che da lì innanzi verrà preparato per essere servito durante il #seder.

Il #seder (che vuol dire ‘ordine’) è il rito che precede la cena di Pasqua e che interrompe il digiuno –dei primogeniti e non solo- praticato a memoria delle sofferenze ebraiche in Egitto.
La tavola è apparecchiata con un servizio di piatti e bicchieri utilizzato solo per la Pesach e che, quindi, non ha mai ospitato cibi fermentati. C’è anche un servizio di pentole proprio per la Pesach, per cucinare i piatti tipici della tradizione.
Nel piatto verranno disposti tre pezzi di pane azzimo (#matzah) a ricordo della fretta con cui gli Ebrei lasciarono l’Egitto e che non consentì loro il tempo di far lievitare il pane; le erbe amare (comunemente sedano, rafano, lattuga), a ricordo degli anni di schiavitù; una coscia di agnello, a ricordo della morte dei primogeniti egiziani (per la quale gli ebrei chiedono perdono nonostante sia stato un passaggio necessario alla loro libertà) e della scampata morte degli ebrei durante la prima Pesach; un uovo, simbolo della vita. A disposizione di tutti c’è l’#haroset (o charoset), un impasto denso e dolciastro ottenuto dalla mescolanza di frutta secca e miele, che ricorda la malta con cui gli schiavi ebrei fabbricavano i mattoni per gli egiziani. Essa è però dolce perché è una sofferenza tramutatasi in dolce libertà.

Matzah, erbe amare e haroset si mangiano insieme, come interruzione del digiuno e come inizio della cena di Pesach, che prevede le pietanze più svariate purchè non siano né lievitate né fermentate. Tutto deve essere rigorosamente #kosher (conforme alla legge ebraica). Anche il vino, che assume il sapore di un succo d’uva.

Il mio sabato alla scoperta della Pesach ebraica è stato molto interessante.
Riportare in un post tutto quello che Valentina ci ha abilmente narrato sarebbe stato difficile, così ho scelto le notizie a mio avviso fondamentali.

Diversi anni fa, pur essendo cristiana, ho celebrato con alcuni amici la Pesach ebraica.
Con molto rispetto, perché è giusto approcciarsi ai riti (soprattutto quando sono nuovi) con rispetto, e con curiosità. Ma quella buona, dei bambini, che è alimentata dal desiderio della scoperta.

Prima di scrivere il post ho fatto una ricerca per consigliarvi qualche libro a riguardo, ma ce ne sono così tanti –per grandi e piccini- che faticherei a sceglierne uno.
Potete però partire dal documento a questo link http://www.archivio-torah.it/feste/pesach/regoleecommenti.pdf, che sono sicura darà il giusto ordine anche alla mia narrazione.

Buona lettura,
Marghe.