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Fra gli esami più belli ed interessanti sostenuti all’università, c’è sicuramente quello di filosofia morale.
Il professore, quell’anno, scelse come testo principale Le origini del totalitarismo di Hannah Arendt, al quale aggiunse altri testi di corollario.
La Arendt, filosofa, storica e scrittrice tedesca (di origine ebraica) naturalizzata statunitense, pubblicò la sua opera nel 1948, a seguito della persecuzione e deportazione ebraica da parte del nazisti tedeschi (che le revocarono la cittadinanza tedesca).
Quello che Anna Frank e Primo Levi mi avevano raccontato anni prima attraverso le loro opere, Hannah Arendt mi spiegò da un punto di vista storico e tecnico, ponendo fine anche al continuo interrogarmi su come una minoranza numerica tedesca fosse riuscita a sterminare un così gran numero di persone, che comprendeva non solo ebrei, ma anche zingari, malati mentali, prostitute, disabili, oppositori politici e chiunque non rientrasse nel piano di perfezione tedesco.
Da quel famoso esame, ho continuato ad informarmi molto sull’argomento, affiancando una lettura più squisitamente narrativa ad una più saggistica, storica e biografica.

Nelle settimane che precedono il #GiornoDellaMemoria, oggi 27 gennaio, divento monotematica e leggo, ascolto, vedo, più documenti possibili che riguardano l’argomento, concentrandomi in particolare sulle testimonianze che i sopravvissuti all’orrore dei campi di sterminio offrono in prima persona.
Fra i più noti Nedo Fiano, Liliana Segre, Samuel (Sami) Modiano e Shlomo Venezia (morto nel 2012).
Proprio quest’ultimo, assieme a Sami Modiano, è un volto ‘noto’ per essere uno dei testimoni che accompagnano ad Aushwitz studenti- e non solo- che fanno visita al campo di concentramento.
Anche se i loro nomi non vi dicono molto, i loro visi sicuramente vi saranno assai familiari.

Shlomo Venezia, in particolare, ci lascia una preziosa quanto fortissima testimonianza riguardo la #Shoah: egli era infatti membro del #sonderkommando, il gruppo speciale di deportati che lavorava nelle camere a gas.
Suo e dei suoi ‘colleghi’ era il compito di radunare i deportati destinati alla morte, farli spogliare, spingerli nelle camere a gas e, dopo la morte, estrarre i corpi dalle ‘docce’, tagliare loro i capelli, estrarre i denti d’oro, ammucchiarli e pulire le camere a gas per il nuovo carico di vittime.
Shlomo è stato costretto ad essere una vittima alleata con i carnefici: l’orrore nell’orrore!
Si lavorava ininterrottamente, con turni da 12 ore, e allo scadere dei quattro mesi di lavoro, si veniva uccisi perché testimoni scomodi di una cruda realtà.
Shlomo scrive il suo libro intervista, Sonderkommando Aushwitz, nel 2009, parecchi anni dopo la sua liberazione, perché è necessario raccontare anche ciò che per anni ha provato a dimenticare.

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Sullo stesso argomento è uscito nelle sale Il figlio di Saul, opera prima del regista László Nemes, candidato al premio Oscar. Si raccontano 36 ore della vita di Saul, membro del sonderkommando ad Aushwitz, che prova a dare degna sepoltura-secondo il cerimoniale del #Kaddish– al corpo di un bambino che ha visto morire davanti ai suoi occhi.
Saul cerca di ritrasformare quel ‘pezzo’ (è così che venivano chiamati i cadaveri dei deportati) in corpo degno di sepoltura e sacralità.
Bellissime le inquadrature che fanno dello spettatore un membro del sonderkommando per quasi tutta la durata del film.

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