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Continuano i miei post dedicati alle mamme.

Oggi vi racconto di due scoperte che ho fatto recentemente e che mi hanno molto incuriosita. Due parole, due realtà, di cui non immaginavo e che meritano di essere conosciute per offrire alle mamme il più vasto ventaglio di scelta.

Premesse fondamentali:

Credo profondamente che una donna debba essere libera di scegliere SE, QUANDO e COME diventare madre, perché la maternità è solo UN aspetto della vita femminile, perché è molto più che semplice fisiologia e perché la famiglia non è solo quella in cui c’è la prole.

Ancor più fermamente credo che una madre abbia il diritto di scegliere come dare la vita, affinché un momento così delicato non sia preceduto da ansie, forzature e, soprattutto, seguito da inutili traumi. L’unica persona che ha diritto di prendere parte a questa scelta è il futuro papà, ma mi piacerebbe che ogni uomo lasciasse alla donna la scelta finale.

Sono nata da un parto naturale, figlia di una donna che per quasi 30 anni della sua carriera ha lavorato come infermiera in un reparto di ginecologia ed ostetricia. Una donna che racconta il momento della mia nascita (e di quella di mia sorella) come fra i più belli, magici e gioiosi della sua vita. Da lei ho imparato il rispetto per i processi naturali e fisici, ma anche la prontezza di scegliere un qualsiasi tipo di ‘medicalizzazione’ in caso di necessità.

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Agli inizi di aprile ho letto sui giornali della campagna #BastaTacere -lanciata sui social da Elena Shoko e Alessandra Battisti del Network internazionale Human rights in Childbirth– attraverso la quale si invitava le donne a rompere il silenzio e raccontare gli abusi ostetrici in sala parto.
Ecco, io le parole abuso ed ostetrica non le avrei mai affiancate. Certo, ci sono ostetriche –come medici, infermieri, per restare in campo medico- che non brillano per gentilezza di modi ed empatia con le pazienti, ma che addirittura abusassero delle loro competenze per veicolare il tipo di parto proprio non me lo aspettavo.
Eppure è così.
Ho letto il più possibile, soprattutto testimonianze di neomamme e di altre ostetriche, e sono rimasta a bocca aperta. Roba davvero da far rabbrividire.
In mezzo a tanto dolore, però, mi sono imbattuta nelle bellissime parole di una mamma (sì sono le due belle parole di cui parlavo all’inizio) che, dopo un traumatico parto ospedaliero, ha scelto un #partoincasa per il suo bambino e, ancor di più, ha scelto un #LotusBirth.
Vi chiarisco subito le idee.
Verso la fine degli anni ’70, Claire Lotus Day, ripropone una pratica assai antica ma persasi nel tempo che prevedeva il parto integrale del bambino e della sua placenta senza il consueto taglio del cordone ombelicale. Claire aveva studiato, infatti, i benefici del protrarsi di tale legame, poiché bambino e placenta sono due parti della stessa materia fecondata e possono ancora ricevere molto l’uno dall’altra anche dopo la nascita.
Basta aspettare (in genere dai 3 ai 10 giorni) dunque, che il cordone si stacchi da solo dal bambino, prendendosi cura anche della sua placenta.
Chi sceglie il #LotusBirth sceglie quasi sicuramente anche un #partoincasa, poiché tale pratica non è quasi mai possibile negli ospedali.
Così, in una gravidanza priva di criticità, si sceglie di essere seguite sin dal primo mese da una ostetrica che, in collaborazione con un ginecologo, si prenderà cura della futura mamma nel modo più competente ma anche naturale possibile, assistendola anche nei primi mesi dopo la nascita.
E se l’idea di partorire in casa vostra non vi piace, potreste pensare anche ad una delle strutture che offrono camere private alle donne che vogliono un parto casalingo ma non in casa.

Perciò, se ho stuzzicato la vostra curiosità, potete approfondirla qui e qui o guardando uno dei molti video pubblicati su youtube.
Non ve ne suggerisco uno in particolare semplicemente perché io non ne ho guardato nessuno…hehehe.