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Il #maggese è una pratica agricola che consiste nella messa a riposo di un appezzamento di terreno per restituirgli fertilità. Il termine indica, per estensione, lo stesso terreno sottoposto a tale pratica, nonché il complesso delle operazioni necessarie per realizzare tale pratica.

Quando a scuola la prof ci spiegò per la prima volta la #rotazionetriennale, ricordo che mi colpì molto la parola maggese. Lunga il giusto, con una doppia g che le dava forza ma non durezza e con una s che addolciva tutto, che quasi preannunciava un lieto fine.
Resta una delle mie parole preferite in assoluto, per tutto quello che racchiude in sé.

Ho presto imparato che le persone, come i campi, vivono periodi di maggese.
Il mio primo periodo di maggese l’ho vissuto tra i 17 e i 18 anni.
Un maggese imprevisto, forzato, odiato.
Un anno duro, complicato, che aveva per me l’aspetto di una montagna innevata da scalare.
E io sono decisamente un tipo da mare.
Non so ancora come, ma sono arrivata in vetta…e l’aria che ho respirato resta la migliore di tutta la mia vita.
Quell’anno di forzato maggese mi ha cambiato RADICALMENTE.
Uno spartiacque netto e violento fra la vecchia e la nuova me.
E ricordo ancora quella strana elettricità che sentivo correre sotto la pelle mentre aspettavo ‘la primavera’.

Sono in maggese anche adesso, mentre mi riempio le giornate di qualsiasi cosa, mentre mi trasformo in un contenitore in cui buttare tutto.
Perché forse l’unica cosa che ho in comune con la ragazzina di tanti anni fa è la pessima accettazione dei periodi di maggese.

SGRUNT!

Se non altro, con l’età, il maggese lo affronto e lo sfrutto meglio.
E cerco di non sprecare l’elettricità che sento sotto pelle, che come fertilizzante prepara la primavera.

Ogni volta ogni maggese che ritorna
a dar vita a un seme
sarà vita nuova anche per me!

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